Un piccolo tributo alla pellicola fotografica

Foto: "Un piccolo tributo alla pellicola fotografica" - © Marco Ristuccia

Foto: “Un piccolo tributo alla pellicola fotografica” – © Marco Ristuccia

Come d’abitudine mi appresto a ritagliare la pellicola fotografica bianco-nero sviluppata ieri per poi scansionarla e riporla negli appositi contenitori trasparenti. E’ un rito lento e metodico, che culmina nella sempre rinnovata sorpresa di scoprire a monitor il dettaglio degli scatti. Non stampo più in analogico da tempo, sono un amante delle tecniche ibride: scatto su film perché mi è utile il processo, lento e riflessivo. Stampo in digitale perché mi dà più libertà creativa. Odio le religioni, inseguo le mie visioni.

L’ho capito a 45 anni che la mia vera vocazione è l’integrazione, nel senso più ampio del termine. Connettere, incrociare differenti linguaggi e protocolli, è quello che faccio da informatico, da fotografo e nella vita privata. Adoro incastrare cose e persone tra loro, non importa quanto diversi siano. L’operazione porta ad un risultato superiore alla somma degli addendi. Resta comunque curioso – o forse sintomatico – che una persona come me, che non ama tanto la socialità, si dedichi poi all’interazione tra “altri”.

Completato il consueto rito il mio occhio cade sui ritagli di pellicola, le code scartate che giacciono sul tavolo, talvolta sparse, talvolta sovrapposte, come i capelli sfoltiti sul pavimento del barbiere. Giro e rigiro la testa, ne osservo le trasparenze, allineo e scompongo, combino e rompo le geometrie mentali.

La visione affiora come il sole all’alba, e il mistero si ripete: dal buio nasce la luce. E’ il momento che amo di più quello dalla nascita di un’idea, così effimero e potente allo stesso tempo. Come l’istante in cui ci si addormenta, non riesco mai a coglierlo nella sua interezza, a cristallizzarlo. Resta sempre una fotografia sfuocata, sottoesposta, bucata.

Raccolgo i ritagli, accendo il visore e inizio a lavorare. Mi accorgo con piacere che la pellicola rimane sempre coerente a se stessa. La manipolazione richiede tempo, concentrazione e riflessione. Il processo per me è sempre il medesimo: la composizione è istintiva, l’allineamento è lento e metodico. Poi ad un tratto accoltello alle spalle l’insistenza del mio rigore formale. “Sono oggetti del mondo reale questi”, mi rimprovero, “lasciamogli la loro imperfezione, è la loro dote migliore!”. Mi fermo, i giochi sono fatti, rien ne va plus.

Nasce così questo piccolo tributo alla pellicola fotografica che, letto ad un altro livello, è anche un omaggio agli ultimi. Gli scarti, i ritagli da buttare via diventano essi stessi opera fotografica. So benissimo di non essere né il primo né l’ultimo ad avere avuto questa intuizione. Ma sentirla dentro, viverla e comprenderla profondamente, è cosa ben diversa dall’osservarla distrattamente su un libro o ad una mostra. Questa piccola esperienza accrescerà la mia consapevolezza sulla fotografia e sul mondo. E questo è quello che conta.

Adesso, però, i ritagli non riesco più a gettarli via.

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